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mercoledì 3 aprile 2013

Tutta un' altra musica



Tutta un' altra musica

... come il ruolo della musica è cambiato negli ultimi anni.




Che sia in macchina, nei locali, ai concerti o addirittura in ascensore la musica è diventata parte integrante della nostra vita specialmente grazie alle nuove tecnologie che ne hanno permesso la registrazione e la riproduzione fuori dalle sedi d’ esecuzione. 
Viene da chiedersi però: “come nasce tutto questo?” Come ha fatto l' uomo a creare un linguaggio tanto articolato quanto profondo? Cosa distingue un insieme di suoni distribuito nel tempo da una melodia in grado di comunicare emozioni? Le prime forme musicali risalgono addirittura al paleolitico; l’ uomo primitivo infatti utilizzava strumenti percussivi; si può presumere che le primissime forme di musica fossero nate soprattutto dal ritmo.

Il concetto di musica si fa più chiaro quando possiamo associarla ad un meccanismo creativo tramite il quale il musicista cerca di creare combinazioni di note distribuite in un tappeto temporale in grado di risultare gradevole ed espressivo. I toni che un suono può avere e il timbro che lo caratterizza sono quindi fondamentali. Grande contributo che sicuramente ha influenzato la concezione stessa di “nota musicale” è quello dell’ antica Grecia con Pitagora, il quale capì che la musica era governata da leggi matematiche precise. 
La musica costituisce forse una delle forme d’ arte più complesse. Il compito di molti musicisti è stato spesso quello di esprimere tramite la musica emozioni, particolari situazioni della vita personale, passione e interesse. 
Oltre al significato artistico, essa viene concettualizzata anche grazie al significato “professionale” che le viene attribuito. In una società civile in cui ad un determinato bene o servizio corrisponde un costo e un profitto, il riprodurre o comporre un determinato brano costituisce una fonte di guadagno e di sostentamento per il musicista.

 Il musicista è stato per anni una figura molto controversa che oscillava tra un elemento di grande autorità e uno di spregiudicata svalutazione.
Al giorno d’ oggi ogni musicista si imbatte in due strade sempre più parallele e non intersecabili: l’ espressione artistica e creativa, e il possibile guadagno lavorativo.
Le origini del sempre più marcato parallelismo tra questi due valori sta forse nella moderna e progressiva dicotomia tra musica “mainstream” e “di nicchia”. 
Il mondo ha subito una contaminazione culturale incredibilmente veloce, soprattutto grazie alle prime colonizzazioni della storia, ed è naturale pensare che generi e influenze melodiche derivino proprio da questo evento. Il mondo non diventa più un agglomerato di partizioni musicali culturalmente e geograficamente separate che crescono indipendentemente, ma un insieme di connessioni in grado di cambiare e di evolversi nel tempo. E’ forse dal concepimento esponenziale di “nuovi” generi musicali che si è potuto assistere ad un palese ed automatico processo di catalogazione da parte della società di massa.
 La distinzione tra ciò che è “alla moda” e ciò che è “fuori moda” non è sicuramente un argomento recente; basti pensare alla vicenda di Bach. Dopo la sua morte (1750), la fama di Bach come compositore declinò ed i suoi lavori vennero considerati "démodé" rispetto agli autori emergenti del periodo classico. Solo circa un secolo dopo Bach e le sue composizioni tornarono nell’ interesse popolare. 

L’ introduzione di efficaci mezzi di comunicazione, come la radio e la televisione, e la loro forte influenza sociale,  hanno incrementato tutto questo particolare processo di catalogazione e discriminazione consequenziale. Le grandi innovazioni tecnologiche e multimediali hanno permesso di aggiungere se non quasi sostituire un significato diverso alla musica: prima come espressione artistica, poi come ”prodotto” e “bene di consumo”; l’ industria della musica ne è la diretta rappresentazione.
Il sistema capitalistico delle più grandi case discografiche determina una percentuale elevatissima di ciò che la gente ascolta; non di ciò che vuole ascoltare, ma di ciò che può ascoltare facilmente con i mezzi disponibili.
Il musicista quindi si ritrova alle prese con le grandi case discografiche ed il business che gravita intorno ad esse. Il tutto assomiglia un po’ alla “metafora storica” dell’ artigianato e dell’ industria, in cui l’ industria “vince” producendo oggetti a basso costo in elevate quantità, a discapito del povero artigiano che, con quel che può, cerca di puntare sulla qualità del prodotto, trovandosi completamente sconfitto dal punto di vista dei costi e velocità di produzione e dei prezzi proposti dalle grandi compagnie. 
Il mercato della musica, digitale o “analogica” che sia, i mezzi di comunicazione fortemente legati al “mainstream”, e lo stesso impiego di musica in ambiti diversi (pubblicità, film, ecc…) contribuiscono quindi ad oscurare il piccolo artista indipendente. 
E’ quindi un universo così cruento da non poter permettere ai piccoli o grandi artisti tagliati fuori dalla musica “popolare” neanche di poter essere ascoltati?
I mezzi di comunicazione e il tipo di utilizzo che ne facciamo, sono cambiati notevolmente dopo la nascita del web. Le grandi potenzialità di condivisione nei social-network hanno incrementato notevolmente la diffusione musicale di tutti i tipi. Con il successo dei grandi siti e software di file sharing, p2p e client-server ognuno ha avuto la possibilità, seppur rischiosa e in molti casi illegale, di scaricare gratuitamente musica. L’ industria della musica ne ha risentito pesantemente. 
La logica di questo tipo di siti e software però è data dal fatto che basta anche solo una persona in tutto il mondo che accetta di condividere musica precedentemente comprata, che tutti i generi (sia popolari che non), album, o singoli brani ad essi associati, possono essere scaricati allo stesso modo. In questa maniera internet diventa un database virtuale di tutta la musica prodotta e digitalizzata nel globo. E’ evidente dedurre che questa dura legge colpisca proprio anche gli artisti più indipendenti: basta un ascoltatore che riesca a condividere e subito sarà possibile effettuare download di quanti brani vogliamo. 

L’ ascoltatore ingenuo, che attinge musica solo dai mezzi di comunicazione in maniera del tutto passiva, senza interessarsi, cercare un confronto, né prestare ascolto attivamente a ciò che sente, si ritrova immerso in un ambiente musicale molto specifico ed estremamente concentrato al quale però si trova a proprio agio. L’ ambiente vissuto costituisce quindi solo una piccolissima percentuale dell’ universo musicale globale.
Da un punto di vista prettamente psicologico un soggetto così immerso in questa “pasta densa” di melodie e ritmi omogenei tra loro potrebbe, con il progredire del tempo, sviluppare un’ abituazione (adattamento) a tutto il materiale musicale giornaliero [In psicologia l’ “adattamento” è il processo attraverso cui un individuo si adegua all'ambiente (fisico e sociale), modificando i propri schemi di comportamento (adattamento “passivo”) od operando sull'ambiente stesso per trasformarlo in funzione delle proprie necessità (adattamento “attivo” o “aggiustamento”)]. L’ “abituazione” avviene quando una stimolazione prolungata e monotona provoca una diminuzione di sensibilità. Seguendo un ragionamento logico l’ abituazione a cui ogni ascoltatore passivo arriverebbe, potrebbe incrementare l’ attenzione che il soggetto pone verso un genere musicale “diverso” dal solito: una canzone non passata alla radio o in televisione ma sentita piuttosto dal vivo per strada sarà più facile da percepire poiché diversa e fuori dal contesto quotidiano. Tutto ciò però non costituisce un incremento delle capacità percettive al genere “alternativo”, ma è la conseguenza di una desensibilizzazione (dovuta all’ abituazione) al genere di brani ascoltati regolarmente (mainstream).

La musica più popolare al giorno d’ oggi è solitamente cantata. Per una serie di circostanze la “canzone” ha sempre più subito una radicale semplificazione melodica e del significato testo. Tutto questo nasce probabilmente dall’ esigenza stessa di risultare accessibile a tutti. Non bisogna però sottovalutare che se l’ obiettivo primario della musica leggera fosse solamente questo, allora ci si imbatterebbe in un pericoloso vortice di “iper-semplificazione”. Un ragazzo che cresce in un ambiente musicalmente complesso ha sicuramente un’ attenzione e un orecchio differente da chi cresce in ambiente povero di varietà di stimoli. L’ ambiente però difficilmente può essere scelto arbitrariamente perché, i mezzi con cui reperiamo ed ascoltiamo maggiormente musica, sono i mezzi di comunicazione di massa che per motivi pratici non possono trasmettere un repertorio troppo variegato.
Sicuramente poche, anzi, rarissime persone avranno avuto la fortuna di ricevere un’ educazione musicale. Fin da piccoli o addirittura nel periodo prenatale riceviamo stimoli sonori; e quale mezzo migliore se non la televisione può aver aiutato ogni individuo a fare il suo primo incontro con la musica? Il problema rimane sempre di tipo pratico: un bambino non può aver avuto mai l’ occasione di ascoltare tutti i generi musicali classificabili esistenti fino a quel periodo, la televisione invece non può aver trasmesso un insieme così eterogeneo di generi musicali poiché deve mantenere audience costante, facendo riferimento ai gusti più diffusi dei telespettatori. In questo modo sia pubblicità, che sigle musicali di cartoni animati, di programmi televisivi, hanno seguito la stessa logica.
Se allora l’ obiettivo rimanesse quello dell’ accessibilità e della facilità di ascolto, con l’ avanzare del tempo la musica diventerebbe estremamente rudimentale, anche a livello del significato dei testi nelle canzoni. 
Se lo scopo è quello di produrre musica ancora più semplice e assimilabile, sulla base della sensibilità corrente, allora più si andrà avanti e più la sensibilità, la capacità di discriminare stimoli sonori, timbri, frequenze, sarà bassa nell’ ascoltare musica. 

Entra in gioco anche una forte componente sociale. La musica di per sé è “espressione”, ed è stata spesso utilizzata come simbolo di movimenti culturali o gruppi sociali particolari. Che si tratti di Punk, Rock, Metal, Hip-Hop, o dello stesso Be-Bop negli anni 40, la musica è stata frequentemente usata per rappresentare uno stile di vita. 
Spesso ciò che una persona sceglie di ascoltare dipende molto da come il gruppo sociale dell’ individuo reagisce ad esso. Pur di sentirsi accettati ed integrati nel gruppo l’ individuo tende a fare scelte monodirezionali sul tipo di musica più diffuso all’ interno del gruppo; successivamente, in base al percorso di ascolto selezionato, il soggetto tende a proseguire la stessa strada di ascolto. 
Non si tratta di dover cambiare per forza ogni volta, perché magari quello sarà proprio il genere di musica preferito, si tratta di riuscire ad avere un orecchio ed una mente versatili, in grado di ascoltare qualsiasi cosa senza applicare pregiudizi o stereotipi, e solamente dopo catalogarla in base ai gusti; solo dopo tutto questo processo si potrà affermare se veramente è qualcosa di bello oppure no.
Il modello di “ascoltatore” ideale è quello di chi è in continua ricerca di qualcosa di bello, di chi cerca un significato in ciò che ascolta, e l’ unico metodo a disposizione è l’ “esperienza”. Non c’ è niente di più preciso del nostro udito per valutare se una cosa è bella oppure no, il primo passo sta nel demolire ogni pregiudizio ed ascoltare il più possibile.

Viviamo nella crisi musicale più profonda, ma bisogna ricordare che essa deriva in gran parte dal modo di porsi degli ascoltatori non solo dei musicisti. Il più grande problema che la musica sta affrontando in questo periodo, è quello di essere vittima di un totalitarismo involontario da parte del sistema. Non è necessaria una complessità o una difficoltà superiore affinché il problema si risolvi, ma di una varietà musicale e libertà di ascolto maggiore e consapevole. La libertà di espressione, la possibilità di comunicare, di interessare, di guidare, di emozionare, devono ritornare ad essere i cardini dell’ essenza musicale. Finché ognuno non sarà consapevole di essere veramente libero di scegliere cosa ascoltare, e di non essere considerato un estraneo alla società, allora si potrà riniziare a suonare, a ridare un significato, a vivere la musica!

                                                                                                                                      Giacomo Lazzerini.

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